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Il tema dell'accessibilità informatica è all'attenzione degli addetti ai lavori già da diversi anni e la legge 9 gennaio 2004 n. 4, comunemente indicata come legge Stanca, è divenuta operativa nel 2005 con la pubblicazione dei relativi decreti di attuazione. Negli ultimi tempi, settori sempre più numerosi di operatori e di cittadini si sono interessati all'argomento, non tanto perché improvvisamente stimolati da sete di conoscenza quanto perché concretamente coinvolti come utenti dei servizi offerti tramite reti, ovvero come lavoratori alle prese con una tecnologia ormai presente su tutte le scrivanie. Si rende opportuno un momento di riflessione sullo stato dell'arte, sull'impegno per quanto va ancora fatto piuttosto che sulla soddisfazione per quanto già realizzato, sulla posizione italiana nel contesto delle iniziative internazionali. Far tesoro delle esperienze acquisite consente di operare meglio nell'immediato futuro. Una panoramica della situazione, anche se concisa, deve comprendere, per risultare sufficientemente chiara al lettore, le ragioni per cui l'accessibilità si è andata imponendo tra gli obiettivi prioritari, le iniziative che ne sono derivate e la strategia in cui si inquadrano, le normative che oggi regolano la materia, gli sviluppi attesi nel prossimo futuro.
Il problema dell'accessibilità acquista dimensione mediatica negli anni '90 e cresce di pari passo con l'affermarsi delle nuove tecnologie ICT e, in particolare, delle reti informatiche. L'entusiasmo per la nuova Società dell'informazione è accompagnato da preoccupazioni crescenti per quanti non riescono a tenere il passo. Sono anni caratterizzati da raccomandazioni internazionali, dichiarazioni di principio, direttive dell'Unione europea. Le prime ad essere recepite in Italia sono le raccomandazioni volte a combattere ogni forma di discriminazione: queste evolvono rapidamente in obiettivi di pari opportunità per tutti gli individui. Quando questi principi di carattere generale vengono applicati al mondo dell'informatica, ci si accorge che esistono seri rischi di emarginazione per larghe fasce di popolazione. Una società evoluta e civile deve realizzare la concreta inclusione di tutti i suoi componenti. In questa ottica una forte attenzione viene rivolta alle persone portatrici di handicap. Si afferma, a livello mondiale, il progetto Web Accessibility Iniziative (WAI) del World Wide Web Consortium (W3C), lanciato in forma organica nel 1997 e centrato appunto sull'accessibilità, che anche l'Europa riflette nel suo piano strategico per una Società dell'informazione. In parallelo alcune Associazioni di categoria dei disabili e la Fondazione ASPHI, cui si aggiungono le istanze di singoli cittadini, continuano a sollecitare le Istituzioni affinché, anche in Italia, il problema venga affrontato in modo coordinato dai vari centri di competenza e, soprattutto, regolamentato. Il nostro paese, nel recepire le direttive europee, si pone il problema di come tradurle in leggi e con quali parametri tecnici di riferimento; viene deciso che campo primario di applicazione debba essere quello della Pubblica Amministrazione. In questo contesto vengono emanate le prime norme: la Direttiva 13 marzo 2001 n. 3/2001 della Funzione pubblica, nota come Direttiva Bassanini, e la circolare AIPA del 6 settembre 2001. L'accessibilità, originariamente intesa come tempo di accesso ad archivi in rete, assume ora la connotazione di fruibilità, e non solo disponibilità, delle informazioni e dei servizi cui si accede, in ciò aiutata dal fatto che la tecnologia consente tempi di risposta sempre più rapidi. L'attenzione si sposta da una caratteristica squisitamente tecnologica ad un parametro qualitativo che riflette la soddisfazione dell'utente. L'accessibilità diventa caratteristica qualificante della Società dell'informazione democratica ed in questa accezione si consolida come obiettivo irrinunciabile della nostra organizzazione sociale. Si noti che in questa prima fase l'attenzione è centrata sui cittadini disabili.
I portatori di disabilità rappresentano una rilevante componente della società che deve trovare piena cittadinanza grazie anche a politiche basate sulle tecnologie della comunicazione e dell'informazione (ICT):
Le disabilità possono essere classificate in quattro tipologie fondamentali:
Se partiamo dal presupposto che è preferibile far muovere le idee e le informazioni piuttosto che le persone, si comprende come sia fondamentale per i disabili poter accedere ai servizi in rete. È altrettanto evidente quanto sia importante per costoro l'uso delle ICT come strumento di lavoro, di studio, di intrattenimento.
Il tema dell'accessibilità interessa direttamente anche gli anziani perché questi rappresentano un'altra area di potenziale esclusione dai benefici delle tecnologie digitali. Si tratta di una popolazione, in forte crescita percentuale, che spesso ha gli stessi problemi di accessibilità ad Internet di alcune categorie di disabili. Si tenga presente che almeno il 70% dei disabili in Europa ha più di 60 anni e che in Italia meno del 3% delle persone con più di 64 anni usa Internet. Se intendiamo per accessibilità la rimozione di quelle barriere virtuali che sono di fatto l'equivalente delle barriere architettoniche, appare chiaro che la non accessibilità alle informazioni di una porzione così rilevante della popolazione comporta sprechi notevoli, con relativi costi, sulla collettività perché si traduce nel mancato utilizzo di consistenti risorse ed opportunità.
Nonostante l'Italia fosse partita con buon ritardo rispetto ai paesi più evoluti, il contesto mutò sensibilmente grazie ad una serie di circostanze favorevoli. In primo luogo la decisione del Governo di nominare un ministro espressamente responsabile per l'innovazione e le tecnologie. Poi l'aver individuato per tale ruolo un manager di esperienza e livello internazionali che si mostrò subito particolarmente sensibile all'argomento, al punto da inserire nelle proprie dichiarazioni programmatiche l'assunto che la futura Società dell'informazione non poteva e non doveva escludere nessuno, perché qualsiasi forma di emarginazione, anche quella informatica, con i suoi impatti sull'apprendimento, sul lavoro e sul tempo libero, sarebbe stata causa e testimonianza di una democrazia imperfetta. Partendo da questa premessa, il ministro Stanca istituì, di concerto con i ministri della Salute e del Welfare, una Commissione interministeriale incaricata di razionalizzare i contributi disponibili, integrandoli con interviste ed indagini, al fine di presentare al Governo un libro bianco che comprendesse aspettative e proposte operative. Questo libro bianco venne illustrato alla Camera dei deputati nel marzo 2003. Esso esprimeva due suggerimenti fondamentali: l'emanazione di una legge e l'istituzione di un centro di competenza permanente. In altre parole si ritenevano maturi i tempi perché si passasse dalla politica delle semplici raccomandazioni a quella degli interventi concreti. Nel mese di aprile viene presentato un progetto di legge di iniziativa governativa. A luglio viene istituita una nuova Commissione [nota 1] che aggiunge ai ministri già presenti in quella precedente anche i ministri delle Comunicazioni, delle Pari opportunità, delle Politiche comunitarie e dell'Istruzione. La Commissione ha carattere permanente ed ha il compito di favorire l'impiego delle ICT da parte di tutte le categorie deboli o svantaggiate. Grazie alle norme già emanate ed all'impegno derivante dall'essere stato dichiarato a livello internazionale il 2003 “anno del disabile”, si concretizza, a novembre, la confluenza di 11 iniziative parlamentari in un'unica proposta di legge che viene approvata all'unanimità in dicembre dai due rami del parlamento. Detta legge, almeno nell'intestazione, disciplina il tema dell'accessibilità ai servizi informatici da parte dei soli soggetti disabili.
La legge, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 9 gennaio 2004 con il numero 4, è la prima in Italia che tratti l'accesso alle tecnologie ICT. Ha una struttura normativa flessibile e facilmente adattabile alle evoluzioni della tecnologia; infatti le regole tecniche sono esplicitate in decreti attuativi e quindi separate dai concetti-guida espressi nella legge di riferimento. Questi sono:
Il confluire delle undici iniziative parlamentari in un unico documento ha comportato, come indirizzo politico, il costruttivo coinvolgimento delle varie componenti sociali. Cosicché, per l'emanazione dei decreti attuativi, hanno fornito il loro contributo, oltre agli erogatori, le associazioni più rappresentative delle persone disabili, degli sviluppatori competenti in materia di accessibilità e dei produttori, sia di hardware sia di software. Il Regolamento d'attuazione è stato emanato previa acquisizione del parere delle competenti Commissioni parlamentari e d'intesa con la Conferenza unificata. Nel caso dei decreti contenenti regole tecniche, questi hanno tenuto conto delle linee guida indicate nelle comunicazioni, nelle raccomandazioni e nelle direttive sull'accessibilità dell'Unione europea, nonché nelle normative internazionalmente riconosciute e degli indirizzi forniti dagli organismi pubblici e privati, anche internazionali, operanti nel settore. Il decreto delle regole tecniche è, poi, periodicamente aggiornabile, con la medesima procedura, per il tempestivo recepimento delle modifiche delle normative e delle innovazioni tecnologiche nel frattempo intervenute. È lecito affermare che la normativa sull'accessibilità, nel nostro Paese, grazie al paziente gioco di mediazione condotto sui vari tavoli di lavoro, si basa sul consenso di tutte le parti interessate. Ciò ha richiesto forse un po' più di tempo ma ha garantito una soluzione condivisa. Per poter individuare eventuali responsabilità dirigenziali è stato necessario definire con precisione i requisiti minimi di accessibilità. Nel Regolamento d'attuazione vengono stabiliti due livelli di valutazione dell'accessibilità:
Il Regolamento, emanato con DPR n. 75 del 2005, introduce la figura del valutatore e ne definisce i requisiti; stabilisce infine le regole per l'utilizzo del logo di accessibilità.
Il Decreto Ministeriale 7 luglio 2005 fissa i parametri tecnici legati all'accessibilità. Vengono definiti: tre insiemi di requisiti di accessibilità:
e due metodologie, una per la verifica tecnica, l'altra per la valutazione soggettiva.
Poiché la legge Stanca parla soprattutto dei siti web, è opportuna qualche considerazione sugli stessi. Creare oggi un bel sito richiede un'elevata professionalità. L'evoluzione tecnologica ha posto fine all'epoca del “tuttologo”, ormai sopravvissuto solo in campi molto limitati, ma non più sufficiente per la costruzione di siti importanti quali quelli delle pubbliche amministrazioni e di gran parte delle industrie. Si può fare un paragone con un quotidiano: c'è chi scrive gli articoli, chi li compone, chi li impagina con il dovuto risalto, chi sceglie i titoli, chi tratta le immagini, chi – soprattutto – determina la linea editoriale; c'è poi chi stampa le copie del quotidiano, chi le distribuisce, chi mantiene i rapporti con i lettori senza perdere di vista le indagini di mercato e la customer satisfaction. Nel caso dei siti ci sono almeno tre figure distinte: il progettista del sito (il web designer), quello che lo realizza (il programmatore, detto anche “accatiemellista” perché esperto in HTML), quello che scrive i testi (il web writer). Sono professionalità ben distinte che richiedono tecniche diverse. Il web designer è responsabile di tutta la logica del sito e della sua fruibilità: deve saper cogliere le esigenze dell'utente valorizzando al tempo stesso i dati che può o deve offrire (chi è l'utente? cosa può volere dal sito? come fornirgli le informazioni che presumibilmente vorrà chiedere?). Costui è il responsabile della “bellezza” del sito e della sua accettazione. Conosce i segreti della programmazione quanto basta per sapere che la migliore tecnologia è quella che non fa sfoggio di se stessa. È lui che progetta il palinsesto in stretta collaborazione con il proprietario del sito. Il programmatore realizza le pagine su precise indicazioni del web designer: la cura del dettaglio farà sì che il sito si riveli più o meno accessibile. Dovrà avere il coraggio di utilizzare sempre soluzioni standard, ad esempio attraverso un uso sistematico dei fogli di stile, piuttosto che cercare l'originalità quando questa non è assolutamente necessaria. Il web writer è la figura più nuova e in prospettiva quella di cui si sente maggiormente la mancanza: scrivere per lo schermo di un PC non è la stessa cosa che scrivere per un quotidiano, un libro, una rivista. Servono frasi molto sintetiche, un linguaggio chiaro, una logica di comunicazione innovativa. Occorre saper diversificare le modalità di accesso alle informazioni: la multicanalità è un'opportunità che va esplorata a fondo. Bisogna avere il coraggio di essere semplici. Se il sito è complicato, se l'utente non riesce a orientarsi subito, se le frasi per la navigazione sono scritte con un gergo troppo specialistico (cosa che purtroppo accade spesso), se l'utente non trova ciò che cerca ai primi tentativi, se quello che trova è frammentato o male organizzato per cui non riesce a copiarlo o stamparlo, se ci sono troppe figure, se il tutto è troppo lento, l'utente chiude il collegamento e rinuncia. Il concetto guida è che se l'utente non trova un canale semplice verso l'informazione, egli abbandonerà definitivamente il servizio. È come aver perso un cliente. Perché l'utente, il cittadino, va sempre visto come un cliente, anche quando il servizio è offerto dalla PA invece che da privati, qualunque sia lo scopo per il quale è stato realizzato il servizio ed i relativi canali di accesso.
Anche se la priorità delle prime direttive europee e la stessa legge Stanca sono riferite ai soli disabili, appare subito evidente che i problemi dell'accessibilità coinvolgono l'intera società civile. Già l'atto istitutivo della Commissione interministeriale permanente chiarisce che questa ha competenza su tutto ciò che le nuove tecnologie (e non solo l'informatica) possono fare per le categorie deboli o svantaggiate (e non solo i disabili). Per comprenderne meglio le varie implicazioni possiamo partire dalla natura stessa della Pubblica Amministrazione, Centrale e Locale. Essa viene oggi percepita come un unico gigantesco apparato che, pur in una diversificata serie di articolazioni specializzate, ha il compito di erogare i servizi necessari alla vita sociale e per questo scopo è sovvenzionata con quella sorta di colletta generale che si realizza attraverso le imposte. In altre parole, tutti i cittadini pagano per ottenere, sia a livello nazionale sia a livello territoriale, i principali servizi di cui hanno bisogno (sicurezza, istruzione e formazione, assistenza sanitaria, amministrazione della giustizia…). Accade ora che la Pubblica Amministrazione, per razionalizzare la propria organizzazione, contenere i costi e mantenere al tempo stesso un accettabile livello di servizio (tempestività, capillarità, affidabilità,…) debba ricorrere in misura sempre maggiore alle tecnologie ICT, e in particolare alle reti informatiche. Appurato che, per motivi tecnici ed economici, le reti internet ed intranet costituiscono, e sempre più costituiranno, lo strumento principe per offrire adeguati servizi ai cittadini, occorre però porsi l'obiettivo di poter soddisfare tutta la potenziale utenza e non solo una sua quota parte. Se 57 milioni di persone pagano per ottenere servizi, la validità della soluzione proposta si misura con la percentuale di individui realmente serviti: una risposta è accettabile se tiene conto delle esigenze dei cittadini e del contributo di attività e di conoscenze loro richiesto. Come non sono più proponibili soluzioni che comportano lunghe code e defatiganti pellegrinaggi tra vari uffici, così non avrebbe senso preparare articolatissimi modelli elettronici da compilare, certamente utili per chi deve riceverli e classificarli, ma che richiederebbero all'estensore conoscenze di livello almeno universitario: sarebbe come stabilire a priori che quei moduli non sono utilizzabili dalla maggior parte dei cittadini. Analogamente non avrebbe senso portare in tutte le case un terminale, potenzialmente in grado di fornire i più svariati servizi, senza preoccuparsi della semplicità d'uso delle applicazioni e della padronanza che l'abitante di quella casa può vantare sullo strumento. Anche con le più moderne tecnologie occorre soddisfare due condizioni: deve essere consentito, e se possibile agevolato, l'accesso alle informazioni per poter esprimere il proprio fabbisogno di servizio e, un attimo dopo, devono esser chiare le modalità con cui muoversi tra le alternative proposte e le informazioni richieste ovvero, come si suol dire, si deve poter “navigare” senza problemi nell'applicazione.
Vi è dunque un'esigenza di accessibilità che si estende immediatamente nel concetto di fruibilità del servizio. Ciò vale in particolare per quei cittadini che, in quanto disabili, possono con modesti accorgimenti tecnici avvalersi delle opportunità offerte dalle ICT dalle quali, per negligente disattenzione, potrebbero essere emarginati. Il filo logico della legge Stanca, la “ratio legis”, può dunque riassumersi nei seguenti termini: la PA deve erogare servizi e questi saranno sempre più forniti attraverso reti informatiche; detti servizi devono essere resi disponibili al maggior numero di utenti e quindi anche a quel 5% di cittadini italiani portatori di qualche disabilità. Questo elementare principio di non-discriminazione trova riscontro in una serie di direttive e di norme fatte proprie dall'Unione europea e riprese poi dal legislatore italiano: la legge Stanca va inquadrata in tale contesto. In verità occorre precisare che sia le direttive europee, sia la legge Stanca, non si limitano a combattere forme di emarginazione a scapito del cittadino disabile regolamentando i livelli minimi di accessibilità dei siti web e dei servizi gestiti dalla Pubblica Amministrazione. Poiché l'informatica può essere vista non solo come strumento di formazione e di informazione ma anche come strumento di lavoro, sono anche previste misure specifiche volte ad evitare discriminazioni nei confronti dei lavoratori disabili che, a norma di legge, almeno nelle amministrazioni e nelle aziende più grandi, dovrebbero già rappresentare il 7% dei dipendenti. Al riguardo la legge recita testualmente: “I datori di lavoro pubblici e privati pongono a disposizione del dipendente disabile la strumentazione hardware e software e la tecnologia assistiva adeguata alla specifica disabilità, anche in caso di telelavoro, in relazione alle mansioni effettivamente svolte”. Un'altra area di intervento della legge riguarda l'editoria scolastica. Nell'incoraggiare l'uso di supporti digitali per i libri ed il materiale didattico e formativo in genere, vengono previsti requisiti di accessibilità coerenti con le esigenze degli alunni disabili. La legge Stanca, che sul tema si colloca all'avanguardia a livello internazionale per contenuti e visione d'insieme, affronta l'accessibilità partendo dalla Pubblica Amministrazione in ottica di una gradualità di intervento che è destinato ad interessare l'intera comunità. Si comincia dal più grande erogatore di informazioni e servizi, che è al tempo stesso il più grande datore di lavoro: il mondo privato, come già accaduto altre volte, non tarderà ad allinearsi agli standard cui i cittadini si saranno nel frattempo abituati. È importante notare che, anche se la legge fa riferimento a “Disposizioni per favorire l'accesso dei soggetti disabili agli strumenti informatici”, in realtà viene promossa una cultura dell'attenzione verso tutte le categorie deboli, tra le quali la più numerosa e gravida di implicazioni socio-economiche, è quella degli anziani. In altre parole il tema dell'accessibilità non riguarda solo i disabili, ma segmenti ben più vasti della popolazione per i quali l'esclusione dalla moderna società tecnologica può tradursi in concreta emarginazione che, nelle sue forme più gravi, abbiamo visto configurarsi come indice di democrazia imperfetta. Va inoltre evidenziato che rendere accessibili ai disabili i servizi, ed in genere le applicazioni informatiche, ne semplifica l'uso da parte di tutti i cittadini con evidente vantaggio per tutta la comunità. Anche in questo caso si riscontra una forte analogia con le barriere architettoniche: dotare il marciapiede di scivolo per eliminare lo scalino sul passaggio pedonale aiuta non solo la carrozzella del disabile ma anche quella dalla mamma che porta a passeggio il bambino e persino il carrello della spesa della massaia.
È dunque quanto mai errato interpretare questa legge come un atto di “buonismo” verso concittadini più deboli: essa va invece letta come un primo passo verso una più ampia strategia dell'inclusione che, per gli aspetti etici, economici e sociali, rappresenta la miglior soluzione per una società organizzata che voglia definirsi civile.
L'Italia è tra i pochissimi paesi ad aver regolamentato con legge il tema dell'accessibilità: ad oggi in gran parte delle altre nazioni gli interventi governativi sono basati su direttive, su raccomandazioni. A livello internazionale molti hanno preferito insistere sui principi dell'accessibilità piuttosto che affrontare il nodo di definirla in termini tecnici.
In prima battuta potremmo osservare che l'Italia vanta un corpo normativo stimato in oltre 150.000 leggi, laddove paesi omogenei al nostro non arrivano ad un decimo di tale massa. In un contesto nel quale è facile trovare per ogni norma che afferma qualcosa un'altra norma che la contraddice, se si vuole l'attenzione delle amministrazioni pubbliche, occorre la forza di una legge chiara, semplice, precisa. Al fine di fugare ogni dubbio, la nuova disciplina prevede una responsabilità dirigenziale circa l'applicazione della legge, responsabilità che nella Pubblica Amministrazione Centrale è addirittura legata ad una precisa identificazione. Si noti che stabilire una responsabilità connessa alla mancata realizzazione dell'accessibilità comporta la definizione precisa ed obiettiva del livello minimo di accessibilità richiesto: non a caso la legge Stanca distingue tra verifica tecnica, basata su parametri e modalità che non lasciano margini di dubbio, e verifica soggettiva riservata ai livelli di qualità superiore che, per loro natura, sono condizionati dal giudizio e dalla sensibilità dell'utente. Né sarebbe possibile dichiarare nulli i nuovi contratti di fornitura che non prevedono l'accessibilità se questa non fosse accertabile oggettivamente in fase di collaudo. D'altra parte è impossibile definire una accessibilità oggettiva che recepisca tutti i parametri oggi accettati a livello internazionale su indicazione del W3C. Al riguardo, va detto chiaramente che non sono ancora disponibili standard condivisi, nemmeno a livello continentale e nonostante vi si lavori da tempo, perché non è stata mai raggiunta la desiderata unanimità di consensi. Questo spiega perché gli Stati Uniti, che per primi hanno voluto regolamentare concretamente l'accessibilità delle forniture informatiche alla PA, hanno provveduto a definirla autonomamente. La posizione italiana ha tenuto conto di questi precedenti: la metodologia per la verifica tecnica si basa sugli standard internazionali più diffusi e quindi tiene conto delle norme sia del 508 Act degli USA, sia del W3C, sia dell'International Standard Organization (ISO), ma prevede che, con semplice Decreto ministeriale, la sua definizione possa essere modificata qualora l'evoluzione tecnologica o accordi multilaterali lo rendessero opportuno. Ma l'aspetto più significativo della strategia passata e futura consiste nella costante ricerca di suscitare una sensibilità, di creare una vera e propria cultura dell'inclusione. La vera sfida coinvolge l'atteggiamento, lo stato d'animo di ogni singolo cittadino: occorre che ognuno prenda coscienza del problema e lo senta come obiettivo comune. Quando in una iniziativa si deve passare dall'aspetto qualitativo, inteso come finalità del fare, in quello operativo, inteso come modalità del fare, si può correre il rischio di privilegiare la forma sulla sostanza o, peggio, di creare incomprensioni fra chi “possiede” le norme e chi “deve” rispettarle. Questo rischio è evitabile solo se si riesce a trasmettere e diffondere un'attenzione che abbia come fine la condivisione dell'obiettivo, non col rendere più puntuali e complesse le regole. Va quindi privilegiata in ogni modo la divulgazione più semplice e lineare dei concetti-guida della non-discriminazione e dei conseguenti accorgimenti tecnici che si rendono necessari. In parole più semplici occorre investire molto sulla formazione e sull'informazione. Dal quadro complessivo emerge un'altra indicazione molto importante: noi italiani siamo in una posizione di avanguardia e per molti versi originale. Particolarmente innovativo è il concetto di misurazione dell'accessibilità da cui derivano nuove figure professionali e la responsabilizzazione di un dirigente per ciascuna amministrazione. Poiché le implicazioni sociali ed economiche connesse alla corretta applicazione delle legge, prerequisito indispensabile per una società realmente inclusiva, sono molto importanti e poiché numerose e diversificate sono le implicazioni di tipo tecnico connesse alla sua efficace realizzazione, occorre conciliare l'esigenza di interventi tempestivi con la prudenza di chi percorre strade nuove.
Emerge la necessità di un forte e costante richiamo alla fruibilità da parte degli esperti e di quanti attenti al problema dell'accessibilità, a causa dei contrapposti effetti che si possono conseguire con l'impiego delle ICT. Vi sono infatti, da un lato, utenti che sanno o possono trar beneficio dall'impiego diffuso delle tecnologie, dall'altro, categorie che ne vengono svantaggiate perché irrimediabilmente tagliate fuori dal complesso di informazioni e servizi proposti in rete. Occorre cogliere l'attuale atteggiamento di sensibilità sul tema dell'accessibilità e di apprezzamento per il contributo normativo; esiste un diffuso desiderio di allineamento ai requisiti di non discriminazione, anche se gli operatori sono consapevoli di poter incontrare difficoltà nel processo di adeguamento alla legge Stanca. All'atto pratico, volendo conciliare le posizioni di tutte le componenti richieste dalla legge e volendo conseguire gli obiettivi dell'accessibilità così come definita, è necessario procedere con passi graduali. Bisogna coordinare gli sforzi mantenendo ben chiari, nello scenario di riferimento, tre punti in particolare:
Le norme consentono un discreto ottimismo perché richiedono alla PA, almeno per ora, di superare la sola verifica tecnica; questo consente il raggiungimento del principale obiettivo che consiste sostanzialmente in una cultura dell'attenzione, visto che i requisiti tecnici coincidono in gran parte con semplici regole di buon senso.
L'originaria idea di coinvolgere obbligatoriamente nella valutazione dei siti pubblici l'utenza disabile è stata per il momento rinviata a momenti di maggior consolidamento della cultura dell'accessibilità; per ora l'utenza disabile interviene solo per effettuare test di valutazione soggettiva. La PA non è tenuta all'accessibilità soggettiva e se anche realizzasse un sito conforme ai criteri di accessibilità soggettiva, non le verrebbe riconosciuto l'utilizzo dell'apposito logo di accessibilità. L'attuale obiettivo prioritario per la PA è rappresentato dal conseguimento dell'accessibilità di livello tecnico, che garantisce l'interfacciamento con le tecnologie assistive, favorendo quindi l'accesso alle informazioni veicolate via rete anche da parte di chi ha necessità di avvalersene.
Le iniziative da condurre nel prossimo futuro e le leve su cui agire sono state individuate in:
Il consolidamento dell'accessibilità di livello tecnico presso la PA, anche se per ora centrata sui siti web, darà risultati positivi per tutti gli utenti e non solo per i disabili e le categorie svantaggiate, in termini di:
Questo rappresenterà la prima importante tappa di un percorso che mira a informazioni e servizi facilmente fruibili da parte delle persone appartenenti alle categorie deboli o svantaggiate. Si conta infatti che l'accessibilità informatica, divenuta comune patrimonio culturale, si estenda dai siti internet e dai posti di lavoro a tutte le forme di servizio erogate, non solo dai pubblici ma anche dai privati. Avremo, in tal modo, realmente conseguito un obiettivo di inclusione che testimonia un livello di civiltà e di efficienza indispensabile al compimento di una moderna democrazia.
Questa panoramica sarebbe incompleta se non tenesse conto dei nuovi campi di sviluppo dell'accessibilità. Anzi, proprio perché tematiche poco note, si rende opportuno trattarne più diffusamente.
L'accessibilità dei servizi di formazione offerti attraverso le reti non presenta problemi tecnici sostanzialmente diversi da quella che caratterizza gli altri servizi offerti dalla Pubblica Amministrazione e regolamentata dalla legge Stanca. Sono però così importanti e peculiari le implicazioni sociali dell'e-learning da suggerire per questo segmento applicativo una particolare attenzione, che ha trovato negli ultimi tempi ampio risalto sulla stampa specializzata. La formazione a distanza non è affatto un concetto nuovo. Già nei tempi passati i docenti tenevano corsi tramite l'invio di materiale stampato per corrispondenza e, più recentemente, l'avvento della televisione ha visto il fiorire di trasmissioni di taglio educativo. Oggi la crescente diffusione dei Personal Computer e dei collegamenti di rete nelle case, negli uffici e nelle scuole ha reso le tecnologie informatiche (posta elettronica, web, Cdrom) il mezzo di elezione per l'insegnamento a distanza. È nato così il “Computer Based Training” (CBT), che si può definire come l'insegnamento basato sull'utilizzo di Personal Computer; successivamente l'evoluzione delle tecnologie Internet ha poi aperto le porte al “Web Based Training” (WBT), ovvero alla distribuzione di contenuti formativi anche attraverso il web. Non basta però che la fruizione del materiale didattico avvenga tramite tecnologie informatiche locali o remote per poter parlare di e-learning. L'e-learning infatti rappresenta un'evoluzione ulteriore del concetto di formazione a distanza: esso è un insieme di piattaforma tecnologica, di contenuti e di strumenti di sostegno all'apprendimento che possono essere calati anche in un contesto misto in cui le nuove tecniche sono affiancate da metodologie di insegnamento tradizionali. I vantaggi offerti dall'e-learning nel campo della formazione scolastica, aziendale e personale sono innumerevoli. La fruizione dei contenuti didattici non è vincolata a tempi e a luoghi, essendo sempre disponibile e raggiungibile da un grande pubblico, comunque distribuito sul territorio; offre la possibilità di adattarsi ai diversi stili di apprendimento degli utenti, fornendo canali di comunicazione diversificati (del tipo visivo, auditivo, testuale); tiene conto dei progressi e della velocità di apprendimento del singolo, che può procedere velocemente e saltare le cose che già conosce, oppure ripeterle indefinitamente, senza impattare con questo sul ritmo dei compagni di studio.
A ciò si aggiunge la possibilità, tramite strumenti di comunicazione come forum, chat, e-mail e teleconferenza, di condividere opinioni, dubbi, risultati, ripristinando quindi quel minimo di interazione umana che è un ingrediente vitale del processo di apprendimento. È naturale quindi che l'e-learning si configuri come uno strumento educativo congeniale non solo per chi, potendo scegliere, predilige questa forma di insegnamento flessibile e interattiva, ma anche per coloro che, appartenendo ad una categoria svantaggiata, ne trarrebbero i maggiori benefici. Nonostante le opportunità di formazione per questi ultimi siano in continua crescita, sono ancora pochi quelli che, pur disponendo sia di motivazione sia di capacità intellettive, si avvalgono delle suddette tecniche per accedere a livelli superiori di educazione scolastica o di qualificazione professionale. Eppure l'e-learning non solo faciliterebbe l'inserimento di studenti disabili in un contesto di classe virtuale ma consentirebbe anche la realizzazione professionale di docenti con disabilità congenite o acquisite che non potrebbero altrimenti svolgere le loro attività in strutture scolastiche tradizionali. Trovarsi in un ambiente familiare dotato di tecnologie assistive configurate in base alle proprie esigenze, poter disporre degli strumenti didattici offerti con flessibilità e contemporaneamente sentirsi parte di un contesto esteso e collaborativo, contribuirebbe senza dubbio a ottenere il massimo dal processo formativo. Purtroppo le piattaforme di distribuzione e i contenuti di e-learning non sempre sono realizzati tenendo conto delle esigenze di tutti i potenziali utenti e questo può in alcuni casi erigere barriere tecnologiche che ne impediscono concretamente la fruizione. Un esempio di questo inconveniente è rappresentato dalla più comune piattaforma di discussioni di gruppo on line, la cosiddetta “chat”, che può divenire un ostacolo per alcune tipologie di disabili. Per partecipare attivamente a tali discussioni occorre infatti esprimere i propri pensieri senza eccessivi ritardi e un utente con scarsa dimestichezza informatica, con deficit linguistici o che utilizzi tecnologie assistive, potrebbe non riuscire a leggere o a digitare i testi con sufficiente prontezza; un utente dislessico potrebbe altresì essere intimidito dall'idea di dover rappresentare i propri pensieri in forma scritta. In casi come questi si potrebbe pensare di affiancare al mezzo di comunicazione sincrono un canale asincrono, come una bacheca on line, per consentire un accesso più agevole alla discussione. Più che lo specifico esempio ed il corrispondente rimedio, è importante sottolineare come le disabilità visive, uditive, motorie, linguistiche e dell'apprendimento possano condizionare in misura significativa la partecipazione di potenziali discenti e docenti a un corso di formazione a distanza. Si aggiunga che pianificare la realizzazione di materiale didattico tenendo conto dell'accessibilità in fase di sviluppo è senza dubbio più semplice che implementare strategie di accomodamento solo nel momento in cui un utente disabile ne richieda la partecipazione. Proprio in quest'ottica l'IMS Global Learning Consortium, un insieme di organizzazioni unite dall'intento di sviluppare specifiche per le tecnologie della formazione, ha rilasciato nel giugno 2002 la versione 1.0 delle “Linee guida IMS per lo sviluppo di applicazioni accessibili per la formazione” [nota 2] .
In tale documento sono raccolte una serie di raccomandazioni e di risorse per la realizzazione di applicazioni di e-learning accessibili. Il testo parte con un'analisi delle varie disabilità e delle tecnologie assistive, enuncia alcuni principi fondamentali di progettazione accessibile e prende in esame i mezzi di presentazione dei contenuti e gli strumenti di supporto all'apprendimento più comuni. In particolare vengono valutati i pro e i contro degli strumenti per la collaborazione e la discussione on line sincroni e asincroni, degli ambienti interattivi e degli strumenti di verifica dei progressi. Un'ampia sezione è dedicata infine alle metodologie per rendere accessibili contenuti non solo testuali tra cui la matematica, la geografia, le scienze, la musica e le lingue. Realizzare strumenti e contenuti di e-learning che favoriscano anche l'inclusione delle categorie deboli o svantaggiate è relativamente semplice: basta rispettare alcune buone prassi di programmazione per garantire che un corso sia accessibile a un ampio ventaglio di utenti disabili. Ma la cosa più importante da sottolineare è che la progettazione per tutti (“Design for all”) produce, pure nel caso dell'e-learning, benefici concreti anche per utenti che non sono disabili o che sono condizionati da temporanee limitazioni tecniche o fisiche. A tal proposito, la Segreteria Tecnico-Scientifica della Commissione interministeriale permanente ICT disabili ha recentemente insediato un gruppo di lavoro col compito di analizzare lo stato dell'arte dell'e-learning e dei suoi standard alla luce dei requisiti di accessibilità della legge Stanca. Sarà infatti opportuno dedicare una particolare attenzione agli standard attualmente più diffusi, tra i quali “SCORM 2004” [nota 3], visto che molti di questi sono nati in contesti non normalizzati e in epoca precedente alle direttive emanate in ambito europeo e nazionale.
Le apparecchiature domestiche e di ufficio fanno ormai sistematicamente uso di display digitali che non solo informano l'utente sulle proprie condizioni di funzionamento ma, attraverso l'uso di numerosi ed articolati menu, lo guidano nella variegata gamma di opzioni disponibili. Spesso queste macchine accettano i comandi attraverso tecniche “touch screen”: gli ultimi modelli di distributori automatici e di fotocopiatrici ne costituiscono un tipico esempio. Questa applicazione della tecnologia crea però seri problemi ai disabili della vista ed addirittura vi sono situazioni in cui ne mettono a rischio il posto di lavoro. È il caso dei fisioterapisti non vedenti che, col rinnovo delle apparecchiature elettromedicali già installate, si trovano improvvisamente di fronte ad una strumentazione per loro inaccessibile, visto che né i progettisti né i produttori delle suddette macchine hanno tenuto conto delle loro esigenze. Occorre prevedere che, o in fase di omologazione o in fase di esperimento della gara d'acquisto (si tratta di apparecchiature molto usate presso strutture pubbliche), possa essere richiesta alla ditta fornitrice una interfaccia adeguata alle necessità del lavoratore disabile coinvolto. Nel caso specifico la soluzione potrebbe, ad esempio, ispirarsi a forme di vocalizzazione del display o alle esperienze già acquisite da aziende specializzate in domotica nel caso di ambienti destinati a committenti non vedenti. Più in generale, soprattutto quando i pulsanti controllano più funzioni selezionabili attraverso alternative proposte su display, è necessaria una chiara percezione del messaggio per non complicare ulteriormente operazioni già abbastanza impegnative per chiunque. La leggibilità di uno schermo dipende molto dalla tecnologia con cui lo stesso è realizzato (con o senza retroilluminazione, a colori o meno, con pochi o molti pixel per centimetro quadrato…) ma anche dall'attenzione dedicata al problema fin dalla fase di progetto. Ad esempio, nel caso in cui non sia possibile raggiungere livelli ottimali di leggibilità, può essere utile la preventiva memorizzazione delle principali sequenze abitualmente usate dall'utente, con possibilità di attivarle nella loro completezza premendo un solo tasto: si pensi alle lavatrici domestiche, che gran parte degli utenti usa regolarmente solo attraverso due o tre programmi sui moltissimi disponibili.
Questi strumenti di uso quotidiano e generalizzato presentano spesso, a causa dei pulsanti, problemi di fruibilità per diverse categorie deboli (anziani, disabili della vista, persone con controllo poco fine della mobilità manuale...). I pulsanti sono tra i dispositivi di comando più facili da usare, essendo attivabili con una semplice pressione, ma l'utente deve sapere dove sono, cosa consentono di fare, se sono già attivati o meno. Purtroppo non sempre sono facili da individuare. Spesso infatti i pulsanti sono troppo piccoli, dello stesso materiale della scocca o disposti in modo decorativo, quasi a volerli mimetizzare il più possibile, esaltando l'aspetto estetico a discapito di quello funzionale. Un utilizzo agevole richiede invece tasti leggermente rialzati e di dimensioni adeguate a quelle delle dita. Non è sempre facile capire la funzione di un tasto. A volte è un problema di linguaggio originato da icone e simboli poco comprensibili o da terminologie straniere; più frequentemente è questione di leggibilità. La tendenza al mimetismo, più che una ragione economica, privilegia simboli e parole incavati nel tasto con conseguente eliminazione dei contrasti. I disabili della vista possono superare i problemi di individuazione visiva dei pulsanti grazie al tatto purché questi siano riconoscibili per forma o posizionamento: è un problema che si presenta a chiunque tenti di usare dei tasti in mancanza di luce. Analogo disagio prova il normodotato che, trovandosi ad usare il telecomando od il telefonino altrui, è costretto a procedere per tentativi. Ci si rende conto in simili circostanze di quanto sia importante che i tasti siano raggruppati secondo una logica di funzione e comunque secondo regole standard, condivise e note a tutti. Ogni raggruppamento per forma e colore non strettamente legato ad una differenziazione semantica diventa solo un elemento di confusione per l'utente. Un altro accorgimento volto a migliorare l'usabilità consiste nel distanziare, anche di poco, gli elementi con funzioni diverse o nel ravvicinare quelli correlati: in tal modo viene agevolato l'orientamento sulla tastiera e anche la riconoscibilità dei singoli pulsanti. Altrettanto importante è che il tasto centrale, corrispondente al numero 5, sia contrassegnato da un piccolo punto in rilievo in modo da consentire la ricostruzione, col solo tatto, dell'intera tastiera. Questo riferimento, peraltro previsto dalle norme internazionali, è però spesso reso inefficace dal design di molti degli apparecchi in commercio perché posto in modo tale da risultare, anche se presente, praticamente impercettibile. Ma non basta che i tasti siano ben individuabili per forma o posizione. La spaziatura tra i pulsanti deve essere appropriata altrimenti può capitare di premere accidentalmente più tasti insieme.
Questo aspetto ha assunto particolare rilievo con la miniaturizzazione dei cellulari che, abbinata all'uso di forme e colori sempre più bizzarri, ha esaltato la “personalizzazione” dello strumento a tutto discapito della standardizzazione. Problematiche simili sono state già affrontate da aziende specializzate in domotica nel caso di committenti non vedenti.
L'avvento della televisione digitale e delle sue caratteristiche di interattività con l'utente ha evidenziato che anche in questo caso occorre porsi il problema della fruibilità, ovvero di come limitare l'emarginazione di larghe fasce di utenza. Intanto occorre premettere che per la diversa natura tecnica del mezzo televisivo rispetto al Personal Computer non è realizzabile una semplice trasposizione delle esperienze maturate in termini di accessibilità ai siti web. Primo e fondamentale ostacolo è l'impossibilità di applicare al televisore tecnologie assistive esterne o di personalizzarne il funzionamento. Ne consegue che ogni sforzo diretto ad aumentare l'accessibilità dei contenuti informativi e dei servizi offerti dalle applicazioni Multimedia Home Platform (MHP) [nota 4] deve partire dalla progettazione e dall'implementazione delle stesse. La problematica è così recente da rendere praticamente impossibile una strategia basata su esperienze consolidate. Si noti però che, per quanto riguarda l'usabilità delle applicazioni MHP, tornano in gran parte utili le raccomandazioni relative ai siti e alle applicazioni del web. Così come tornerebbe utile, da parte dei produttori, una maggiore propensione alla standardizzazione degli strumenti di interazione con il decoder (telecomando), ed un più meditato ricorso alla miniaturizzazione dello stesso e dei suoi pulsanti. Altrettanto auspicabile sarebbe da parte delle emittenti concorrenti, un utilizzo più coerente e omogeneo dei meccanismi di navigazione delle applicazioni MHP. Alcune considerazioni di massima sulla questione dell'accessibilità delle applicazioni MHP sono tratteggiate nel seguito con riferimento alle principali tipologie di disabilità [nota 5].
DISABILITÀ VISIVE Visto il panorama delle sperimentazioni in corso si evince chiaramente che allo stato attuale sarebbero esclusi da una qualsiasi fruizione dei servizi MHP categorie di disabili quali i non vedenti o gli ipovedenti gravi. La presenza costante del canale audio dell'emittente di sottofondo renderebbe inutile, anche qualora fosse realizzabile, la navigazione o la fruizione dei contenuti informativi attraverso il canale uditivo. Interessante potrebbe essere la sperimentazione di applicazioni informative o di servizio orientate ai non vedenti su canali privi di flussi audio-video generati da emittenti televisive. Per quanto riguarda gli ipovedenti meno gravi è consigliabile tenere in considerazione la grandezza del testo e il suo contrasto con lo sfondo (preferibilmente opaco). Per coloro che soffrono di disturbi della percezione del colore potrebbe essere difficile cogliere informazioni o meccanismi di navigazione legati all'uso dei quattro colori scelti come standard su applicazioni e telecomandi. Occorre ricordare che tra le varie gradazioni e tipologie di daltonismo esistono casi che portano all'impossibilità di distinguere il rosso dal verde oppure il blu dal giallo. Sarebbe utile studiare soluzioni diverse per la navigazione considerando che un individuo di sesso maschile su dodici è affetto da parziale o totale daltonismo.
DISABILITÀ UDITIVE La comunità dei disabili uditivi è senz'altro quella che maggiormente può trarre vantaggio dal potenziamento dei servizi grafico-testuali offerti dalle emittenti televisive digitali. Occorre in ogni caso puntare su un linguaggio chiaro e poco pesante dal punto di vista della sintassi del periodo e considerare la possibilità di offrire un equivalente testuale alternativo per flussi audio recanti informazioni importanti.
DISABILITÀ MOTORIE Essendo il telecomando l'unico mezzo di interazione con il decoder digitale potrebbero venirne escluse tutte le categorie di persone che hanno problemi relativi alla mobilità fine. Esistono tuttavia soluzioni ausiliarie come telecomandi programmabili e adattabili alle necessità del singolo individuo, pensate già per rendere totalmente accessibili ambienti domotici.
DISABILITÀ NEURO-COGNITIVE Raccomandazioni in questo campo sono difficili da delineare, soprattutto per quanto riguarda i disturbi più gravi. Si possono dare però delle indicazioni per facilitare l'utilizzo di queste tecnologie da parte di alcune categorie di persone. Il ricorso a un linguaggio misto testuale-iconografico può per esempio essere di molto aiuto per indicare i meccanismi di navigazione delle pagine. Per i dislessici in particolare è importante anche che i testi siano scritti in caratteri chiari e con sfondi che non interferiscano con la loro percezione. Le persone con disturbi della concentrazione trarrebbero vantaggio dall'assenza all'interno di una pagina di oggetti in movimento. Particolare attenzione va anche rivolta all'utilizzo di effetti grafici, quali lampeggiamenti con frequenze elevate, che potrebbero causare disturbi da epilessia fotosensibile.
L'accessibilità, nata in Italia come attenzione ai problemi dei disabili nella Società dell'informazione, si è presto trasformata in un obiettivo di non discriminazione delle categorie svantaggiate e poi di inclusione di tutti i cittadini. Solo pochi anni addietro l'argomento era dibattuto a livello di specialisti ICT e di associazioni di disabili; la motivazione prevalente faceva perno su forme di sensibilità sociale. Oggi il tema dell'inclusione informatica ha assunto anche valenze economiche e politiche (intese come riflessi di democrazia compiuta) tali da rappresentare un obiettivo primario delle nostre Istituzioni. La legge Stanca è il primo passo di una più ampia strategia di intervento e pone l'Italia in posizioni di avanguardia a livello internazionale per quanto concerne la legislazione in materia. Mentre in quasi tutti gli altri Paesi si dibatte ancora sui principi e sulle soluzioni, noi operiamo con riferimenti tecnici e modalità precise, non sulla base di semplici raccomandazioni. Al tempo stesso le nostre norme sono facilmente allineabili ad eventuali standard che dovesse scegliere la comunità internazionale. Se molto è stato fatto, ancor più resta da fare. La cultura dell'accessibilità, o meglio dell'inclusione, più che il rispetto di una legge, deve diventare un comune sentire, un modo di operare nella società, un modo di porsi verso il prossimo. Focalizzandoci sui primi passi di un obiettivo così impegnativo, vi sono almeno due motivi per guardare con ottimismo alle iniziative in essere:
L'impiego delle ICT non è ancora patrimonio di tutti, ma comincia a tenere diffusamente conto dei più deboli e, in prospettiva, ci garantirà reti aperte e fruibili.
Nota 1: Si tratta della "Commissione interministeriale permanente per l'impiego delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione a favore delle categorie deboli o svantaggiate" [torna].
Nota 2: La traduzione italiana è disponibile all'indirizzo www.robertoscano.info/files/salt/guidelines [torna]
Nota 3: SCORM è acronimo di Sharable Content Object Reference Model ed è una raccolta di standard e specifiche affermata ormai a livello internazionale; essa mira a rendere omogenea e ridistribuibile la produzione di contenuti e-learning. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito in lingua inglese www.adlnet.org/scorm [torna]
Nota 4: Si tratta della piattaforma di programmazione standard per i ricevitori digitali terrestri [torna].
Nota 5: Le caratteristiche tecniche e funzionali dell'iniziativa italiana sono illustrate nella pubblicazione “DGTV, per il digitale terrestre” del settembre 2004, consultabile come “DGTVi D-Book” sul sito www.dgtvi.it [torna]